Il numero di Luglio '08 di Fans Of A Legend, ha avuto il privilegio di ospitare l'intervista che Lorenzo De Luca ha gentilmente accettato di rilasciare per il sito. L'intervista è assolutamente imperdibile per gli amanti del cinema delle arti marziali, per gli ammiratori del grande Bruce Lee e per tutti i fans di Brandon Lee. Infatti, Lorenzo ci racconta dei suoi emozionanti incontri con Brandon a pochi mesi di distanza dalla sua morte. Buona lettura.

Maggiori info su questo apprezzato scrittore e sceneggiatore le trovate QUI

Alessia: Sei un apprezzato scrittore, soggettista e sceneggiatore. Cosa ti affascina e appassiona di più del tuo lavoro?

Lorenzo: “La possibilità di far andare le cose per il verso giusto almeno nella finzione, visto che nella vita purtroppo non succede quasi mai.”


A: A partire dagli anni ’90 hai scritto numerosi libri, molti dei quali dedicati al cinema delle arti marziali e al grande Bruce Lee. Perché questa scelta?

L :“Per il semplice motivo che nessuno lo faceva. A dire la verità avevo già iniziato negli anni ’80, scrivendo articoli per varie testate. Su Bruce Lee c’era solo un bellissimo libro in Italia, ma americano e vecchio di vent’anni! Il cinema del kung-fu era andato avanti ed anche se quei film non arrivavano più, mi ero nel frattempo intestardito in una fitta corrispondenza con attori, registi e produzioni di Hong Kong (valga per tutti Jackie Chan, che mi spediva un sacco di roba bellissima!). Mi sembrò il momento di rinnovare le cose anche qui in Italia, anche se per lo più parlavo di film che il pubblico non aveva visto. Lee era la chiave di tutto. Quel primo libro, nel 1990, andò bene e ne seguirono altri. Qualche anno dopo ci fu la riscoperta del cinema di Hong Kong. Oggi c’è un sacco di roba in giro da leggere. La cosa curiosa è che ad Hong Kong hanno iniziato a pubblicare sistematicamente libri e studi sul loro cinema molto dopo di me e degli occidentali in generale: era un’industria usa-e-getta, senza memoria.”


A: Sul web mi è capitato di leggere una frase sul tuo conto in riferimento alla tua originale capacità di miscelare il genere storico a quello del kung-fu: “De Luca è considerato, nonostante la giovane età e non solo in Italia, un erede, autentica "mosca bianca" in un cinema italiano ormai pervaso dal linguaggio piattamente televisivo delle fiction, dalla presunzione autoriale ed immemore di quando sapeva parlare al pubblico di tutto il mondo grazie all'onestà spettacolare dei suoi generi commerciali.” Che effetto ti fa leggere questo di te?

“Mi lusinga, non ho mai pensato di collaborare a cose che avrebbero lasciato una qualche impronta, anche minima. Lo facevo per passione, per riportare in auge fenomeni di cui nessuno parlava più, quasi a volermi rendere conto che erano esistiti. Invece oggi mi ritrovo spesso a leggere libri di cinema nelle cui fonti bibliografiche sono elencati i miei vecchi libri o articoli. E’ in quel momento che realizzo che, nonostante i miei 42 anni, devo aver pestato parecchio su quella vecchia Olivetti usata mancante due tasti e piena di sbaffi di bianchetto. Quanto al cinema, si sa che un film è una sinergia e l’autore vero è il regista, non lo sceneggiatore, dunque mi sorprende se qualche volta, nonostante gli infiniti rimaneggiamenti di un copione, una briciola della mia visione, bella o brutta che sia, infine sopravviva e salti agli occhi di qualcuno. Ma è raro.”


A: Secondo te, in che modo l’Italia si approccia a questo genere?

L: “Male! Ancora oggi molti pensano che i film di kung-fu siano violenza infantile e basta. Molti, ma non tutti. Qui sta il cambiamento. Il film di kung-fu era un filone libero ed anarcoide come altri che facevamo anche noi in Italia (Western, Poliziesco, Horror, etc.). Oggi che la televisione (e l’ignoranza di molti giovani sceneggiatori e registi) ha seppellito quei generi, li rimpiangiamo. All’epoca avevamo invece tutti i mercati del mondo, e ne ho avuto riprova andando a Hong Kong l’anno scorso per girare il mio documentario: tutti quelli che ho intervistato, del cinema italiano ricordavano solo Leone, Morricone, Bud Spencer e Franco Nero. E non a caso tutti legati al Western Italiano. Del nostro cinema attuale non sanno nulla, e ne sanno poco anche altrove, fuori dall’Italia.”


A: « Per quel che riguarda la mia vita, l'arte marziale possiede un significato molto, molto profondo in quanto ad essa devo tutto quello che ho imparato come attore, come praticante, come essere umano », disse Bruce Lee. In che modo, a tuo parere, l’arte marziale e la sua disciplina si fondono con il cinema e come esse possono arricchire il lato umano di un atleta?

L: “Le Arti Marziali hanno un lato spirituale che mal si addice al cinema: perché un film è spettacolo, mentre le Arti Marziali scoraggiano l’aggressività. Un ragazzino che va al cinema a vedere un film con Jet Li o Tony Jaa (anzi, che lo noleggia in dvd o scarica da internet) si aspetta violenza. Pochi hanno tentato vie diverse: Bruce Lee, stroncato sul nascere mentre cercava di elevare quelle pellicole; Gordon Liu, nei film di suo fratello Liu Chia Liang, rifacentisi al tempio di Shaolin; oppure il dimenticato King Hu, raffinatissimo regista. Il vero atleta, mi diceva proprio Gordon Liu, non combatte mai, ha troppo rispetto della vita umana. E poi nella realtà i combattimenti durano poco e sono confusi, ineleganti; al cinema tutto è magnificato dalla bravura dei coreografi e degli attori. La violenza diventa azione, l’azione diventa arte del corpo. Ecco perché il kung-fu del cinema è una sintesi abbellita di quello reale.”


A: Hai avuto modo di conoscere Brandon Lee poco prima della sua tragica scomparsa. In che occasione vi siete incontrati?

L: “Correva il novembre dell’anno 1992 –e corse così tanto che oggi siamo già nel 2008 e mi sembra ieri- quando mi chiamò un fortissimo giornalista di cinema, l’amico Alberto M. Castagna, chiedendomi se volevo intervistare il figlio di Bruce Lee. Brandon era di passaggio a Roma per presentare Drago d’acciaio-Rapid Fire. Era una domanda retorica: Alberto sapeva benissimo dei libri che avevo pubblicato su Bruce, figurarsi se non mi sarebbe piaciuto conoscerne il figlio! Ne seguivo già l’acerba carriera. Sapevo che aveva fatto un paio di film. Volai letteralmente all’incontro! Il film non era gran cosa, ma lui aveva un carisma naturale: facile capire da chi lo avesse ereditato. Parlava con lo sguardo. Ancor oggi non so descrivere adeguatamente cosa provai, diciamo grossolanamente un’emozione che non dimenticherò. E ovviamente un grande, doloroso sgomento, poi.”

A: Che ricordo hai di quell’incontro? E che idea ti sei fatto di Brandon Lee?

L: “Per esser precisi gli incontri divennero tre: quello ufficiale, in un albergo di via Veneto, al quale erano presenti anche altri 5 o 6 giornalisti. Entrò in silenzio, in sordina, questo ragazzo alto e pallido, coi capelli a coda. Si tolse il cappelletto di feltro che portava ed apparve lo sguardo di suo padre. Rimasi senza parole! Le domande che gli fecero erano grottesche: ad esempio se sul set preferisse sparare con una o due pistole (domanda più appropriata per Chuck Norris!). Il secondo incontro fu lo stesso pomeriggio, in privato, io e lui. Ma sinceramente non avevo molto da chiedere. Era più che altro l’emozione, il desiderio di stare là a chiacchierare col figlio dell’uomo che più ammiravo. L’intervista avrei potuto anche scriverla al buio, le cose che mi disse più o meno le sapevo già. Gli regalai una copia di uno dei miei libri. Il terzo incontro fu il mattino dopo, ma solo per due chiacchiere su un possibile progetto di un film in Italia ed un paio di foto ricordo. Curiosamente, le foto che ci eravamo fatte il giorno prima non erano venute. Così tornai alla carica e lui arrivò in t-shirt, giacca sportiva, jeans e il solito cappelletto di feltro. E meno male che tornai a fare quelle foto. Non ne avrei mai più avuto la chance: Brandon morì tre mesi dopo. I suoi modelli attoriali erano Gary Oldman e Robert Duvall, non suo padre. Non era un chiacchierone, a domanda rispondeva, molto educato e riservato. Il contrario della tipica star di Hollywood un po’ ciarliera, vanitosa, che di solito vediamo. Sicuramente era anche lui un po’ vanitoso, è peculiarità di tutti gli attori, ma certamente non ancora guastato dallo star-system cui aspirava. Le arti marziali erano una cosa che la gente si aspettava perché era figlio di cotanto padre, ma mi disse che, a parte il fatto di aver condiviso molto tempo con la stessa donna (sua madre Linda), lui e Bruce non avevano granché in comune. Però ripeto che lo sguardo era lo stesso: magnetico, carismatico. Un timbro di voce basso, ma anche guizzi di humour (trovava involontariamente comico che Scorsese avesse messo un attore newyorchese a fare Giuda in L’ultima tentazione di Cristo, perché i newyorchesi hanno uno slang curioso, ed imitò quello slang facendo finta di parlare a Gesù in una scena del film. Esilarante!) Tre mesi dopo squillò il telefono e mi dissero che era morto. Non ci credetti: pensavo a un brutto scherzo, perché già suo padre… era il 1993, Bruce era morto esattamente vent’anni prima, nel 1973; e nel 1983, era morto a soli 29 anni un altro attore paragonato a Bruce, Alexander Fu Sheng (poco noto qui, ma un mito in Asia). Insomma era come una brutta sceneggiatura che ripete per tre volte lo stesso colpo di scena perché l’autore non sa che inventarsi. Parte di quell’intervista è finita nel mio documentario attuale, e non a caso ci sono voluti sedici anni: per molto tempo la misi via e non la riascoltai, mi disturbava. Ero cresciuto col mito di Bruce, ne avevo incontrato il figlio, si era persino ipotizzato di un film che avevo scritto sulla mafia cinese a Roma, con lui e Franco Nero, attore col quale collaboro da anni… e poi, appena tre mesi dopo… una morte assurda! Criminalmente incidentale. Ed io credo poco alle coincidenze. Ma lasciamo stare. Brandon Lee aveva la bellezza ed il talento per divenire un grande attore, invece è rimasto prigioniero di un personaggio dei fumetti. Il Corvo non mi convinse: proprio non mi è mai andato giù, quel film, così furbamente programmatico, persino nell’alone maledetto.”


A: Nel 2007 hai scritto/diretto il primo documentario italiano sul cinema del Kung-fu, intitolato “L'urlo di Chen terrorizza ancora l'Occidente" (Dragonland), nel quale intervisti alcuni tra i più illustri rappresentanti di questo genere (i fratelli Liu, Eddy Ko, Leung Siu Lung, Chiu Chi Ling, Chiang Tao, Wellington Fung Wing e molti altri). Puoi raccontarci di questa esperienza e della sua presentazione a Roma?

L: “E’ successo come per i libri: siccome in Italia non c’erano documentari del genere, giusto qualcosa d’importazione, ho deciso di farlo io. Avendo contratto la ‘febbre gialla’ da piccolo nelle sale di seconda visione, quelle dove potevi restare a vedere un film quanto ti pareva, sulle sedie di legno… volevo un documentario che ricostruisse quel preciso genere, coi film graffiati, l’audio così-così. Sono partito per Hong Kong assieme ad un amico, il M° di kung-fu Francesco Palmieri, ed ho fatto DRAGONLAND, con pochi denari e molta fortuna. Volevo personaggi d’epoca. I film moderni di kung-fu non mi entusiasmano. Troppi effetti speciali. Al ritorno ho trovato una piccola produzione, la Macromajora Films, che mi ha aiutato a completare l’opera (ed è curioso che il produttore, Massimo Paolucci, sia mio cugino, cioè colui col quale, da piccolo, andavo al cinema a vedere quei film). Ne è venuta fuori una ‘saga’ di quasi 3 ore, suddivisa in 9 capitoli, uno dei quali, il 7, discetta sui due Lee. L’anteprima a Roma, a giugno, ha richiamato un pubblico entusiasta di varia età, dai nostalgici ai ragazzini. Mi sono anche permesso il lusso di avere ospite una leggenda dell’epoca: lo straordinario Gordon Liu, che, come Bruce, era uno dei rarissimi attori che conoscevano davvero il kung-fu. Ora spero di trovare una buona distribuzione dvd. Secondo me il cinema del kung-fu è stato l’ultimo genere a suo modo umanista, prima dell’invasione degli effetti speciali e della spersonalizzazione dell’uomo nel cinema. ”


A: Credi che in futuro protesti dedicare uno dei tuoi documentari interamente a Brandon e Bruce Lee? O ritieni che Brandon con il film “Il Corvo”, avesse abbandonato definitivamente la “scia paterna”?

L: “Brandon non prese mai la scia paterna. L’ho puntualizzato nel libro del 1998: Bruce era prima un maestro e poi un attore; Brandon era prima un attore e poi un praticante di kung-fu, per esigenze di copione. Non mi alletta l’idea di un documentario su loro due, mi puzzerebbe di speculazione. Rispetto molto Brandon, lo reputo un grande attore, un essere umano pieno di verità, col quale peraltro mi accomunava il fatto di avere perso ambedue i genitori ancora giovanissimi, il che mi provocava empatia quando mi diceva cosa aveva passato. E poi ci sarebbe la questione dei diritti con i loro eredi, sai, è tutto un business: i famigliari di Brandon firmarono per un risarcimento con la produzione de Il Corvo in cambio della rinuncia ad andare in giudizio. Il che la dice lunga.”


A: Prenderesti in considerazione di realizzare un documentario “indagine” basato sulle inspiegabili morti di Brandon e Bruce Lee?

L: “L’indagine, chiamiamola così, è già nel documentario: ad Hong Kong mi sono mosso nei luoghi di Bruce, gente che lo conosceva racconta la sua versione dei fatti. Ed anche la morte del figlio è raccontata da due attori che lavorarono con lui. Fare un documentario sui due Lee sarebbe come replicare più estesamente questo. Stuzzicare curiosità morbosa. Io parto sempre dalla passione, da ciò che io vorrei vedere da spettatore. Se c’è qualcuno che doveva fare un’indagine, sono i parenti stretti di Bruce e Brandon. Ammesso ci siano dei segreti. Brandon mi disse: ‘Il mondo aveva bisogno di mio padre allora, certamente non oggi’. Ciò che i due Lee hanno fatto è stato importante per le rispettive generazioni. Orson Welles diceva che ci sono attori che “spostano l’aria” con la loro sola presenza, tanto sono carismatici. Bruce e Brandon appartengono a questa seconda categoria. Erano due magneti. Il resto, misteri in primis –e non dico che non ce ne siano- è facile diventi furbo marketing. Proprio come Il Corvo. Almeno io la penso così. Mi auguro invece di vedere altri documentari come Dragonland, ma sempre made-in-Italy come il mio.”


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